La Nuova Gerusalemme di cui parla il libro dell’Apocalisse è presentata come la Sposa dell’Agnello (Ap 21,9). È già possibile discernere i segni della Nuova Gerusalemme che discende dal Cielo nella Gerusalemme lacerata di oggi, dove le comunità non comunicano quasi più tra di loro? Quali sono questi segni escatologici e, più in generale, come possiamo accelerare con le nostre azioni la venuta della Nuova Gerusalemme nel cuore di questo mondo alle prese con il male e la violenza?
Si, certo. Anche se modestamente, si possono discernere dei segni della nuova Gerusalemme, la Sposa dell’Agnello, nella Gerusalemme lacerata di oggi:
La presenza di “guaritori feriti”: ci sono persone – credenti di diverse comunità, operatori umanitari, artigiani del dialogo – che, pur essendo feriti dal conflitto, continuano a tessere legami, a curare, ad ascoltare. Queste persone vivono già uno stile di relazione ispirato dalla nuova Gerusalemme: uno stile in cui non ci si lascia definire dall’odio, ma da un amore e una speranza tenaci.
Luoghi di incontro fragili: nonostante la diffidenza, esistono ancora spazi (chiese, iniziative locali, università) dove avvengono incontri interreligiosi o intercomunitari. Questi luoghi sono come balbettii della città aperta descritta nell’Apocalisse, dove le porte non sono chiuse.
Il coraggio profetico di alcuni leader religiosi: quando delle voci – anche isolate – rifiutano il linguaggio dell’odio, chiamano alla compassione per tutte le vittime, alla giustizia per tutti, testimoniano quella luce dell’Agnello che illumina la città.
Come possiamo, con le nostre azioni, accelerare l’avvento della nuova Gerusalemme nel cuore di questo mondo afflitto dal male e dalla violenza? Essere “artigiani di pace” nella quotidianità, nelle parole e nei gesti. Praticare l’ascolto profetico: ascoltare non solo la propria comunità, ma anche la sofferenza e le aspirazioni dell’altro. Investire nell’educazione alla pace, fin dalla più tenera età, per spezzare i cicli di violenza.
Secondo lei, quali potrebbero essere i mezzi per imparare un nuovo linguaggio per parlare della pace in Terra Santa?
Passare da un linguaggio esclusivo a uno inclusivo: invece di usare solo le parole della propria narrazione, cercare un vocabolario che riconosca le realtà e le ferite di entrambe le parti, senza negarle. Rifiutare un linguaggio disumanizzante e lavorare per un linguaggio che includa, che riconosca la sofferenza dell’altro. Purificare la memoria: significa riconoscere le sofferenze inflitte e subite, nominarle con verità, ma senza lasciare l’ultima parola al rancore. Un linguaggio di pace deve integrare verità, giustizia e perdono – non come alternative, ma come dimensioni complementari. Formare i leader religiosi e i media: hanno un ruolo cruciale per orientare il discorso pubblico verso la speranza, e non verso la paura o l’odio. Praticare un linguaggio incarnato: oltre ai discorsi, si tratta di parole che creano vicinanza, che consolano, che aprono orizzonti. Davanti alle immagini di dolore, bisogna rispondere con parole e immagini di speranza. Favorire spazi di dialogo narrativo: dove israeliani e palestinesi possano condividere i propri racconti, non per convincere, ma per farsi ascoltare. Questo permette di superare gli stereotipi e di ricreare empatia.